| Le chiese |
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Pagina 1 di 3 Chiesa Matrice La fondazione della Chiesa Matrice o di San Giovanni Battista è da attribuire al XVI secolo. Eretta all’interno del borgo medievale, precisamente nella immediata adiacenza della “Porta Falsa” e nelle vicinanze del Castello, il piazzale che la ospitava allora, per le sue caratteristiche fisiche naturali fungeva da spalto (largo Dante). Essa col corso dei secoli subì diversi ampliamenti, restauri e ricostruzioni, opere di modifiche che hanno trasformato completamente quelle che erano le strutture originarie, infatti oggi, non conserva nulla dell’impianto precedente, in quanto, ogni volta che si operava delle modifiche o dei restauri, l’obbiettivo principale era quello di ampliare al massimo lo spazio riservato ai fedeli, tralasciando il più delle volte opere di abbellimento. La prima versione fu un edificio di ridotte dimensioni, ad unica navata, con poca luce, si presentava un ambiente tetro ed angusto. Alla prima trasformazione, alla fine del secolo XVI o in quello seguente, la chiesa era a tre navate. Trovavano posto una serie di altari, costruiti da altrettante famiglie nobili del territorio gioiosano; oggi di essi non si conserva quasi nulla, perché alcuni furono demoliti ed altri restaurati. Il campanile che si affiancava alla chiesa, era di piccole dimensioni, eretto con i contributi del comune e possedeva tre campane. Nel 1762, un apostolo delle Calabrie, P. Matteo Lamanna, riuscì a convincere i gioiosani, che la chiesa non poteva rimanere nelle condizioni in cui si trovava, quindi bisognava dare a questo luogo sacro un aspetto migliore, degno della sua rappresentanza, mirando principalmente ad una ricostruzione nuova e non ad un restauro momentaneo. Il popolo gioiosano allettato dall’idea di possedere nel comune una nuova chiesa con caratteristiche architettoniche migliori, si impegnò ad assistere il Lamanna nella sua opera. Il sindaco B. Belcastro, con i primi denari derivanti dai contributi dei fedeli comprò alcune abitazioni che erano adiacenti alla chiesa esistente, in modo tale che la nuova costruzione potesse essere più ampia e regolare nella sua forma. La ricostruzione durò cinque anni; la chiesa così rifatta si presentava a tre navate, di pianta regolare, le dimensioni erano maggiori e lo stile decorativo si rispecchiava in quello propagato dalle maestranze serresi. Il nuovo edificio religioso, oltre dell’altare maggiore venne arricchito da nuovi altari, dati in dono da famiglie nobili, inoltre venne aggiunta una nuova cappella quella del Sacramento con un elegante altare marmoreo. Alla nuova costruzione si accostò un campanile di nuovo impianto, molto più alto e più grosso, recante alla parte centrale un grosso orologio; la parte superiore ospitava due nuove campane, ricavate dal metallo di quelle vecchie. Passarono solo dodici anni dopo detta ricostruzione, che un terribile terremoto, rese pericolante la parte superiore del campanile, quindi per una maggiore sicurezza si dovette demolire; la chiesa non subì molti danni, forse perché quattro giorni prima il tetto era stato oggetto di un restauro completo perché devastato da un forte temporale. Agli inizi del secolo XIX, l’Arciprete Pellicano per sopperire alla più crescente necessità di spazio, volle ingrandire ancora la chiesa, fece così aggiungere una quarta navata, la quinta navata fù aggiunta 48 anni dopo (1858), quindi la Chiesa dopo questo ultimo ampliamento assunse la forma che si presenta a noi oggi. Pianta a cinque navate, dove le ultime aggiunte non sono simmetriche e regolari e questa irregolarità è dovuta sicuramente al fatto che lo spazio circostante dell’Edificio, non permise di operare con regole precise, quindi si costruì pensando più alle esigenze del culto che ad una regolarità di spazio. Nel corso del nostro secolo si sono apportati alla chiesa, diversi restauri di consolidamento e di ristrutturazione che ovviamente hanno fatto scomparire sempre di più quelle caratteristiche architettoniche cui era soggetta. Oggi essa si presenta internamente squallida, priva di qualsiasi decorazione; le sue pareti sono lisce e bianche, colore derivante dall’intonaco. Per l’enorme area che occupa l’intero impianto e per lo spazio che sviluppa all’interno, essa è la seconda chiesa in ordine di grandezza della Diocesi (la prima è la Cattedrale di Gerace). La navata centrale è collegata alle navate con passaggi architravati divisi da quattro poderosi pilastri cruciformi, e termina con una grossa abside che ospita l’altare maggiore. L’altare maggiore, costruito in marmo con pezzi di riporto barocchi intarsiati, offre nella parte retrostante addossato alla parete dell’abside un grande crocifisso ligneo del 1700 a tutto tondo, di cui l’autore è ignoto. Le altre navate hanno dimensioni minori, sono delimitate da due pilastri con caratteristiche uguali ai precedenti e terminano con piccole cappelle che ospitano altari minor. La quinta navata ha un o sviluppo irregolare, in quanto la parete di confine della chiesa segue il profilo del terreno su cui sorge la chiesa. In essa si possono ammirare quattro altari minori, muniti rispettivamente di statue lignee ed uno di essi è dotato di un artistico paliotto marmoreo, decorato con lo stemma nobiliare della famiglia Linares; gli altari in origine erano sistemati in posti diversi. Il pavimento dell’intera chiesa, forse è l’elemento che ha subito l’ultimo restauro, infatti essa si presenta con grosse mattonelle di recente fabbricazione, costruite con un misto di cemento, sabbia e graniglia di marmo di colore bianco e nero. La navata centrale ha un’altezza maggiore delle altre, la sua copertura a falde è costruita in modo tradizionale, coppi di produzione locale, sorretti da travetti poggianti su capriate e poi controsoffittate; le altre navate, di altezza inferiore non presentano la copertura a falde, ma sono coperti da un solaio piano. All’esterno la facciata è molto scarna non esistono decorazioni in stucco e l’unico motivo decorativo è l’effetto provocato dai mattoni a vista. Si sviluppa su due piani, uno inferiore caratterizzato da sei colonne che poggiano su quattro grossi piedistalli, di cui quelli centrali sorreggono una coppia di colonne ed oltre a fare da cornice al portone centrale indicano suggestivamente l’ampiezza della navata centrale; gli altri due piedistalli sorreggono ciascuno una sola colonna ed anche in questo caso indicano la larghezza delle navate corrispondenti; la seconda e la terza; la quarta e la quinta rientrano per quasi due metri e danno l’impressione di non far parte della facciata; questi due corpi aggiunti non sono d’altra parte coerenti con le caratteristiche decorative della facciata; semplicemente intonacate. Le colonne ideologicamente sorreggono una trabeazione in cemento a vista, che corre per tutta la facciata, l’entrata secondarie delle navate seconda e terza non presentano nessun tipo di decorazione ma nella parte superiore si aprono due finestre che permettono alle navate di essere illuminate. Il piano superiore evidenzia la parte centrale, dove si ripetono le colonne accoppiate, con caratteristiche uguali alle sottostanti, ed anche in questo caso sono sormontate da una trabeazione in cemento a vista, frutto come quella sottostante di recenti restauri; superiormente un timpano triangolare, senza decorazioni corona l’edificio e due ali triangolari, ricordo delle mensole rovesce barocche che collegano la fronte della nave con le navatelle. In corrispondenza dell’entrata principale, al piano superiore, si trova una nicchia che ospita una statua; concludendo la Chiesa Matrice è sita in una posizione dominante, infatti, largo Dante e un piazzale dove si può godere una magnifica visuale su tutto il centro abitato di Gioiosa Jonica nonché una vasta area della vallata del Torbido ma poco aggiunge all’architettura della città ed è un esempio di restauri eseguiti senza una corretta analisi storica. |
















