| Curiosità e leggende |
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Una femminista a Gioiosa Ionica Gioiosa Ionica può vantare di avere avuto un'illustre cittadina di adozione, Clelia Romano Pellicano, una delle prime femministe della storia italiana. Vissuta tra la fine dell'Ottocento e la metà del secolo successivo, Clelia fu una scrittrice conosciuta a livello nazionale con lo pseudonimo di "Jane Grey". Trasferitasi da Napoli in Calabria, sposò a 16 anni il marchese di Gioiosa, Francesco Maria Pellicano, da cui ebbe sette figli. Nel 1909 rappresentò l'Italia nel primo Convegno internazionale dei diritti delle donne tenutosi a Londra. Si prodigò soprattutto a favore delle donne socialmente più deboli, si battè per il suffragio universale e per l'uguaglianza fra uomini e donne. I suoi scritti sono in genere ambientati in Calabria e sono tutti di impronta veristica. Clelia frequentò spesso i salotti letterari di Roma, Torino e Napoli. Alcune delle sue opere furono donate dalla famiglia Pellicano alla biblioteca comunale e oggi si trovano custodite a palazzo Amaduri. Morì a Castellammare di Stabia nel 1923. La lira calabrese I falegnami di Gioiosa Ionica un tempo erano abili liutai in grado di costruire la cosiddetta lira calabrese, un antico strumento a corde costituito da un piccolo tronco cavo di ulivo (la cassa armonica) e tre corde tenute tese da chiavi di legno che venivano fatte vibrare da un archetto di crine di cavallo. La melodia si otteneva appoggiando le unghie della mano sinistra alle corde. Gli occhi dell'Addolorata A Gioiosa Ionica si tramanda da più di un secolo un racconto che ha per protagonista la statua della Madonna Addolorata. Pare che durante una preghiera recitata per ottenere la guarigione di una donna gravemente malata, la Madonna abbia mosso gli occhi. Il prodigio durò per più di un'ora e in tanti poterono accorrere in chiesa per assistere al miracolo. A testimonianza dell'evento, in una parete interna della chiesa dell'Addolorata, c'è una lapide con un'epigrafe del poeta Giuseppe Pellicano datata 29 ottobre 1897. 'U vattisimu Un tempo a Gioiosa ci si battezzava il 6 gennaio. In chiesa erano presenti il padrino, la madrina e l'ostetrica. I genitori non potevano partecipare. L'usanza potrebbe ricondursi alla tradizione ebraica per cui la donna partorita era da considerarsi impura per quaranta giorni e le veniva inibito l'accesso al tempio, a meno che non si sottoponesse a un sacrificio di purificazione. Il bambino battezzato, dopo la cerimonia, veniva restituito alla madre che aspettava sulla soglia di casa. I mbiati morti I giovani gioiosani avevano l'usanza di andare di casa in casa, la vigilia del 2 novembre (a mezzanotte), a cantare i mbiati morti (beati morti). Si presentavano alla porta incappucciati e con una zucca gialla in mano, scavata a forma di teschio e illuminata da una candela posta all'interno. Come ricompensa ricevevano frutta e dolci che le famiglie offrivano in suffragio delle anime dei defunti. Le previsioni dei catamisi Con questo termine dialettale si ricorda una simpatica usanza. Ai dodici giorni che precedevano il Natale (dal 13 al 24) i gioiosani accoppiavano i dodici mesi dell'anno. Così al 13 dicembre corrispondeva gennaio, al 14 febbraio, al 15 marzo, al 16 aprile e così via. Funzionava in questo modo: se, per esempio, il 22 dicembre c'era il sole, ottobre sarebbe stato sicuramente un bellissimo mese. Le quattro domeniche del Carnevale Tanti anni fa il Carnevale a Gioiosa Ionica includeva quattro domeniche: la prima per gli amici, la seconda per le comari, la terza per i parenti, la quarta dedicata proprio alla festa di Carnevale. Il mercoledì delle Ceneri si svolgeva il funerale di Carnevale, rappresentato da un pupazzo di stracci che veniva deposto in un trogolo ('u scifu). Il corteo funebre arrivava fino alla rupe (timpa) da dove il pupazzo veniva gettato nel torrente Gallizzi. La bella Gioiosa Un'antica leggenda fa risalire il nome della cittadina a una giovane donna chiamata, appunto, Gioiosa. Una notte, mentre in gran segreto cercava di raggiungere un pastore che si era innamorato perdutamente di lei, questa ragazza cadde dalla rupe e trovò la morte tra le acque del torrente Gallizzi. Per questo, si dice, il paese venne chiamato con il suo nome. |
















