| Percorso storico-religioso - Luoghi storici |
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Fu edificato, probabilmente tra il XVII e il XVIII secolo, in cima a un'altura incorporando il preesistente palazzo Condercuri (XV secolo) Si eleva su tre livelli: un seminterrato, un piano terra ammezzato e un piano nobiliare. Le finestre e i balconi della facciata principale (scandita da alte lesene) sono sovrastati da piccoli timpani decorativi. Qui è affissa una lapide marmorea posta, nel 1997, in occasione del cento-cinquantesimo anniversario della fucilazione dei cinque martiri di Gerace. I giovani, infatti, furono ospitati in questo palazzo da Vincenzo Amaduri nel 1847, mentre fuggivano dalla persecuzione borbonica. All'interno si accede da un imponente portale granitico ad arco, di stile neoclassico, incorniciato da lesene con capitelli. Sopra una loggetta. Da qui si giunge all'atrio che si presenta con volta a botte e su cui si aprono le due sale che ospitano la Biblioteca e l'Archivio storico comunale con l'Ufficio Europeo della Locride. Lo scalone principale con gradini in cotto, situato sul lato sinistro, conduce ai piani superiori mentre una rampa accessoria, posta sul lato opposto allo scalone, porta al seminterrato. Il palazzo è dotato di un ampio giardino con angoli per il riposo arricchiti da sedili in muratura.
In stile liberty, si trova nel centro storico. La facciata principale è finestrata. Il portale d'accesso è ad arco in pietra. L'interno ha una corte decorata con alte colonne doriche e corredata di scalinata in pietra che conduce alle sale dei piani superiori. L'edificio custodisce affreschi origi-nari policromi.
Suggestiva la posizione a strapiombo sul torrente Gallizzi di questo palazzo costruito sulla rupe nella città medievale. Edificato nel XV secolo ingloba un tratto della cinta muraria. La Porta di Mezzo, infatti, si trovava tra questo edificio e l'ex palazzo Barletta (della porta, oggi, resta soltanto un pilastro). Formato da due blocchi uniti tra loro da alcuni lavori risalenti al XVIII secolo, presenta un balcone che percorre l'intera facciata anteriore. I saloni che si trovano al piano superiore furono rifatti nel 1840. Questo, che era il piano nobiliare, ha i soffitti impreziositi da dipinti. Nella camera matrimoniale si può notare "II carro dell'Aurora", nella galleria invece sono visibili gli stemmi della famiglia Pellicano e dei Pellicano-Spina accanto al dipinto "Giunone con il pavone". In questo palazzo, che in parte ha ancora gli arredi originari, è conservato un archivio con documenti che partono dal 1239 dichiarato, nel 1985, di notevole interesse storico dal ministero dei Beni Culturali. L'archivio custodisce carte delle famiglie Deodino, Oppedisano, Barletta, Pellicano Spina e Naymo.
L'edificio che ospitò il convento dei Frati Minori Osservanti, detti "padri zoccolanti", fu edificato alla fine del XVI secolo. La corte centrale è scoperta. L'atrio d'ingresso, con scalone in pietra granitica, presenta una volta a botte. Il portale ha colonne aggettanti.
Si eleva su due livelli l'imponente palazzo appartenuto ai marchesi Ajossa. Le pareti esterne sono quasi completamente corredate di finestre (al primo piano) e balconcini in ferro battuto (secondo piano). Pregevole il portale ad arco in pietra sormontato da un'ampia loggia in ferro battuto. Ancora oggi l'edificio conserva, al piano nobiliare, quattro saloni con i pavimenti originali in maiolica settecentesca e le volte "a scifo" tipiche del tempo. In una delle ampie sale, inoltre, sono visibili, sul soffitto, dipinti raffiguranti gli stemmi degli Ajossa. La tradizione vuole che i marchesi commissionarono il rifacimento del palazzo al celebre architetto napoletano Luigi Vanvitelli (XVIII secolo).
Del palazzo è rimasto solo l'imponente portale ad arco bugnato con piedritti fiancheggiati da figure di sirene in pietra. Palazzo Condelli Di questo edificio, che fu dei Pellicano Spina, resta un bel portale lapideo a bugne del XVII secolo con decoro alla chiave di volta.
Caratteristica la facciata principale di questo palazzo che ha il portale e i balconi in stile barocco.
Edificata nel XIX secolo dalla famiglia Pellicano nel feudo di S. Maria delle Grazie, fu ereditata dagli Zamparelli. La villa ha subito nel tempo, ristrutturazioni e modifiche. Si eleva su tre livelli ed è caratterizzata da una serie di bifore di diverse dimensioni in stile arabeggiante. L'interno, con stanze comunicanti, conserva parte degli arredi originari. Un tempo gli Zamparelli nella loro tenuta coltivavano, oltre agli ulivi, il gelsomino e la ginestra. Gli operai ricavavano dal gelsomino una crema di color marrone'che veniva usata per fare i profumi. Queste operazioni si svolgevano nella distilleria, annessa alla tenuta, rimasta attiva fino alla fine degli anni Settanta del Novecento. I macchinari per il processo di lavorazione del gelsomino sono tuttora conservati nei fabbricati all'interno della proprietà.
Nel Medioevo era l'unica via d'accesso al castello di Gioiosa. Più tardi, invece, è diventata una delle antiche porte del borgo fortificato. Altro ingresso era la Porta di Mezzo (oggi distrutta) che una volta attraversata, percorrendo una ripida scalinata, immetteva nel largo della chiesa matrice. Fontana Borbonica È in piazza Plebiscito, adiacente al palco pubblico in ferro battuto lavorato. La fontana monumentale fu fatta costruire da Ferdinando II di Borbone. La struttura, in lastre di travertino, è scandita da lesene ed è sormontata da un timpano triangolare. È dotata di cinque vasche e relativi canali. Da quello centrale sgorga l'acqua di "Crini" alla quale sono attribuite proprietà benefiche. Fontana della Maddamma Su una parete rivestita in pietra risalta la figura di una donna che indossa l'abito tipico gioiosa-no annodato alla schiena. Tiene con le mani un'anfora dalla quale sgorga l'acqua.
Nella piazza principale del paese, una statua bronzea raffigurante un soldato che reca nella mano destra un ramo d'ulivo e nella sinistra una donna alata simbolo di libertà. È posta su un grande piedistallo a base quadrata sulle cui pareti ci sono un bassorilievo con una scena da trincea e le lapidi recanti i nomi dei gioiosani caduti durante le due guerre mondiali. Ai piedi del monumento uno scudo crociato fiancheggiato da ramoscelli d'ulivo in bronzo.
II documento più antico risale al 1458, quando il castello si trova menzionato con il nome di Motta Gioiosa. In seguito al terremoto del 1638, danneggiò seriamente, fu restaurato dalla famiglia Caracciolo (seconda metà del XVII secolo). Il maniero affaccia sul torrente Gallizzi e si trova adagiato su un promontorio roccioso dove si sviluppò il nucleo originario di Gioiosa. L'edificio fortificato, tranne sul lato che da sul fiume, è circondato dall'abitato che è nato, in parte, addossato alle sue mura. Presenta agli angoli due torri cilindriche dislocate una a oriente e l'altra a occidente ed è a pianta trapezoidale (non perfettamente regolare). L'ingresso, con portale in pietra granitica a bugne, è posto nella parete meridionale e immette in un lungo corridoio che anticamente separava le due ali del castello. L'interno conserva ancora i ruderi di alcune sale prive di copertura, di un'imponente scalinata che conduceva ai piani superiori e vani seminterrati tra cui una cisterna di forma rettangolare con intonaco impermeabile e soffitto a volta utilizzata per l'approvvigionamento idrico. Il castello aveva una struttura tipicamente militare. Era, infatti, circondato da mura e separato da un fossato (poi interrato e adibito a cortile) che si poteva oltrepassare grazie a un ponte levatoio di legno. Era dotato anche di alcune celle che fungevano da prigione. |
















